Se c’è un pregio del mio carattere, quello è il notevole spirito di adattamento. Sulle prime i cambiamenti mi spaventano – io progetto e pianifico per deformazione professionale – e allora soffro, accumulo stress e me la prendo con chi non dovrei. Ma, anche se con notevole ritardo, la soluzione la trovo quasi sempre. Confesso in questo di essere stata aiutata da due persone, Elisabetta, inseparabile amica che raccoglie quotidianamente in tempo reale le mie sconfitte e le mie gioie, e Miss Meletta che mi ha indicato la strada dei terrible two facendomi sentire meno sola.

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Alla fine è bastato piegarsi un po’ ed osservare il mondo con gli occhi da bambino. Perché noi adulti la vita tendiamo sempre a complicarcela, a loro invece serve proprio poco per essere felici, come il correre o il gattonare fuori in terrazza in barba al pavimento non proprio pulito, o il giocare con macchinine conservate per anni dalla nonna quando LUI era solo un sogno, possibilmente rotolandosi insieme alla loro mamma sul pavimento di cui sopra, in un tripudio di risate, gridolini, abbracci e baci senza fine.

Ho capito che devo fermarmi ed osservarlo per capire meglio le sue mutate esigenze e non arrabbiarmi inutilmente se adesso vuole addormentarsi con la televisione accesa o se la pappa preferisce farla seduto sulla sedia da grandi piuttosto che sul suo seggiolone. Sono solo vie diverse per ottenere lo stesso risultato. Poche e semplici regole, tutto il resto è spirito di libertà di un bimbo di un anno e mezzo.

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E come premio per la mia ritrovata serenità posso alla fine concedermi un’oretta di puro sferruzzo, lavorando all’ennesimo Azzu’s Shawl di Emma Fassio mentre indosso l’Herbivore realizzato per mia madre con la Araucania ricavata scucendo il mio vecchio Travelling Woman.

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L’Azzu è realizzato con la Corallina, una lana tinta a mano dalle sfumature fantastiche. Unico difetto: lascia residui di polvere colorata sugli indumenti – sui pantaloni neri sono evidentissimi! – per cui forse sarebbe il caso di lavarla prima di utilizzarla.

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Durante la lavorazione mi sono regalata una coccola, realizzando un ibrido fra un marcapunto e un contagiri con coralli sfaccettati viola, anellino dorato e filo di rame.

Perché, forse, anche in questo ho bisogno di imparare ad essere bambina.


Non è un periodo particolarmente sereno per me. Fare la mamma è un mestiere difficilissimo, soprattutto quando ci si scontra con un bimbo di un anno e mezzo che ha un caratterino niente male. Ci sono momenti in cui mi sento inadeguata, altri in cui mi arrabbio e faccio la dura, per poi pentirmene e star male da morire, sciogliendomi in lacrime mentre lo riempio di baci.

Voglia di lavorare a maglia ne ho tantissima, mi sembra di recitare un mantra punto dopo punto, un mantra capace di rilassarmi e di restituirmi in parte un po’ d’energia.

Voglia di fotografare ne ho molto poca, per cui Herbivore e Pembroke già finiti da un pezzo dovranno aspettare di essere immortalati.

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Questi invece sono i tutorial per Pianetadonna per il mese di maggio, come sempre in parte pubblicati e in parte in fase di pubblicazione. Ho immaginato un sottotazza coloratissimo per sfuggire a questi ultimi freddi quasi invernali…

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…mi sono divertita ad inserire lo spago del trasloco triestino nella lavorazione in tondo con un cotone sottile…

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…ho giocato con fiori e bottoni per realizzare una divertentissima collana…

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…ho sognato una viola mammola che come una farfalla si posava sulle mie dita…

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…ed infine ho lavorato a piccoli triangoli per un bracciale semplice e veloce.


Dura la vita di una sognatrice. Anche se la ottimista bene informata (cit. Pennac) che è in me tende a tenermi con i piedi ben saldi sulla terra, a volte mi concedo il lusso di lasciare libera la fantasia, senza tener conto che delusioni e amarezza sono in agguato proprio lì, dietro l’angolo.

Ad ogni modo basta poco (leggasi mi accontento di poco) per tirarmi su il morale.

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Può succedere che la piantina grassa dimorante da diversi anni sul balcone ripaghi le mie recenti cure con dei bellissimi fiori rossi…

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…o che mia madre componga per me una sorta di giardino zen all’interno di un tipico vaso da bonsai…

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…oppure che al noiosissimo – per me – mercatino dell’antiquariato sbuchino da una bancarella seminascosta dei vecchi Rakam degli anni settanta…

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… o che finalmente sia arrivato il momento di gomitolare la matassa di Araucania Botany Lace per un nuovo progetto, preparando al contempo tutto l’occorrente per un lavoro perfetto.


Tempo fa mi è capitato di leggere questo interessante tutorial sulla tintura della lana. Fra gli svariati modi esistenti, questo in particolare mi ha colpita per due motivi: il colore viene disciolto in acqua e, trasformato in cubetti di ghiaccio,  viene successivamente fissato tramite l’azione del sole.

Quindi niente lana cotta in pentola o nel microonde – che non possiedo – ma solo semplici raggi caldi del sole che qui in Puglia certamente non manca.

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Per cimentarmi in questo esperimento ho utilizzato una matassa di lana grezza non molto sottile e del colorante in polvere per uova.

La procedura di preparazione del fissante è la solita, lana immersa in una soluzione di aceto ed acqua per almeno un’ora. Per il colorante invece ho utilizzato la quantità di acqua strettamente necessaria per ottenere non più di tre cubetti.

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Non lasciatevi ingannare da questi appetitosi e innocui cubetti e indossate immediatamente i guanti perché macchiano da morire.

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La matassa viene sistemata all’interno di una pirofila di vetro.

 

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Il sole pian piano scioglie il ghiaccio e la lana assorbe il colore che si distribuisce in maniera alquanto anarchica.

A questo punto si ricopre la pirofila con la pellicola trasparente e si lascia cuocere per tutto il giorno. Il liquido sul fondo diventa pressoché trasparente, segno che le fibre hanno assorbito completamente tutto.

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A questo punto la matassa è pronta per essere lavata e stesa ad asciugare, sperando in un secondo giorno di sole (io ahimè non sono stata fortunata…pioggia e cielo grigio).

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E questo è il risultato finale. Sicuramente diverso da come lo avevo immaginato ma non per questo meno bello.


Il bello del lavoro a maglia è che – nei limiti del possibile – permette di riciclare un capo all’infinito, trasformandolo e rendendolo più bello.

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Quando ero a Trieste avevo realizzato con una bellissima matassa di Araucania sui toni del verde il Travelling Woman di Liz Abinante. L’ho usato tantissimo, era perfetto sia per il clima autunnale che per quello primaverile.

Ma il bordo lace aveva bisogno di essere messo in forma ad ogni lavaggio e con la nascita di Simone l’operazione è diventata pressoché impossibile, per cui alla fine il mio scialle aveva l’antiestetico aspetto di uno scaldacollo arrotolato.

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Quindi senza pensarci ho scucito il tutto ed avviato l’Herbivore di Stephen West che ho già realizzato con lo stesso filato nei toni dell’arancio-viola e che nonostante i ripetuti lavaggi è sempre impeccabile nel suo cingere collo e spalla.

Ma siccome in un modo o nell’altro bisogna complicarsi la vita mi sono tuffata nella realizzazione del Pembroke, un bellissimo gilet di Kirsten Kapur per il mio Simone che però ha un grosso problema…prevede delle cuciture…

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Ad ogni modo pian piano e con tanta pazienza sto completando tutte le rifiniture, perché la Primavera sembra un anticipo d’estate e mi piacerebbe vederlo indossato prima di riporlo nel cassetto per il prossimo autunno.