In cucina ho un calendario dove annoto giorno per giorno ciò che mangia Simone, eventuali farmaci o terapie da seguire, date da ricordare o acquisti da fare.
Questo piccolo supporto alla mia pessima memoria è si un rito quotidiano, ma è anche occasione per osservare il ritmo spesso troppo veloce con cui giro le pagine da Gennaio in poi.
E niente, anche Giugno ormai è finito.
Scuola chiusa (a dire il vero per noi già da un po'), estate piena e niente vacanze, perché i nostri impegni sono diventati più pressanti proprio in questo che dovrebbe essere un periodo di riposo.
Ma nonostante tutto non mi lamento, sono viva ed ho voglia di guardare avanti.
Un abbraccio virtuale.



Io non sono mai riuscita a vestire Simone con abiti o accessori leziosi "da bambino". Forse perché per me lui è sempre stato "già grande" o semplicemente perché abituata allo stile inconfondibile del suo papà, di sicuro non mi azzarderei mai a proporgli improbabili cappelli zoomorfi che tanto sono andati di moda nei passati inverni.
Con lui non c'è timore di sbagliare, basta sferruzzare un cappello di Stephen West per vederlo sfoggiare con piglio fiero l'ultimo manufatto della mamma.


Questo è il Dustland (ne avevo già lavorato una versione invernale l'anno scorso) realizzato con un fresco e morbido cotone acquistato qualche settimana fa durante il mercato settimanale che si tiene nel mio paese.
Semplice e di grande effetto, da realizzare sicuramente con colori omogenei per risaltarne la lavorazione materica. Io ho seguito le istruzioni per la taglia più grande (il giovanotto ha il capoccione), ma ho usato i ferri più piccoli per un aspetto più compatto e realizzato meno sezioni di quelle previste.
In queste mattine in cui le temperature sono ancora un po' incerte, un cappellino del genere è l'ideale.



C'è sempre una prima volta, il momento in cui occorre fare un bel respiro e saltare.
Qualche settimana fa ho deciso - grazie anche ad un sonoro calcio virtuale - di azzardare una traduzione in inglese dei miei modelli, partendo con le calze Mudéjar. La mia conoscenza di questa meravigliosa lingua risale ai tempi del liceo, quando sicuramente non avevo alcuna cognizione dei termini tecnici ma le mie conversazioni erano fluenti e spensierate. Poi le occasioni di far pratica sono diventate sempre più rare ed è scattata come una sorta di fobia del sbagliare.
Ad ogni modo ho voluto provare ed ho chiesto abbastanza timidamente la collaborazione di alcune componenti di un gruppo straniero che si occupa di calze. Il test prevedeva non soltanto di correggere eventuali errori nelle istruzioni ma, soprattutto, probabili mancanze nella forma e nella grammatica.
Il risultato è stato soprattutto una bellissima lezione dal punto di vista umano e "professionale". L'entusiasmo e la serietà di queste simpatiche - e severe - signore non hanno eguali, o almeno io non ho avuto modo di riscontrare queste caratteristiche fra le mie connazionali, ad eccezione del mio ristretto gruppo di amiche e "colleghe". Mentre in Italia spesso vige la regola del "afferra il modello e scappa", le tester straniere mantengono un contatto abbastanza stretto con la "designer", tenendola costantemente aggiornata sulle correzioni e sul procedere del loro lavoro. Alcune mi hanno suggerito delle modifiche, altre mi hanno spiegato l'importanza di un certo modo di scrivere, altre ancora mi hanno bacchettate sull'uso dei pollici e sulle conversioni in iarde od once. Sicuramente un bagaglio prezioso cui attingere per gli "esercizi" futuri.



Comunque la versione inglese e cuff-down delle Mudéjar è andata ad integrare il modello già pubblicato su Ravelry e adesso attendo la fine dei lavori sulle toe up per completare anche questa avventura.
Nel frattempo la "discussione" virtuale con le amiche straniere si è spostata sull'architettura e sulle dominazioni dei Muslims... E a me non può che far piacere.
Buon lunedì!




La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l'amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l'anima respira e grazie alla quale vive.
Un viaggio chiamato vita, Banana Yoshimoto.


Questo è un "non periodo". Un lasso di tempo in cui le cose si susseguono talmente in fretta da non averne il tempo, o la voglia, di fissarle.
Periodo in cui l'impegno è smisuratamente e di gran lunga maggiore rispetto ad i risultati ottenuti, tant'é che ancora una volta la tentazione di mollare tutto è forte.


Concludo questa fugace apparizione con due aggiornamenti.
Il primo, l'uscita di queste calze, le Tortili, scaricabili gratuitamente qui: http://www.ravelry.com/patterns/library/le-tortili
Il secondo, la creazione della mia pagina su Facebook, per tener nota di ciò che amo. La trovate qui: https://m.facebook.com/Knittingcakes/