Diffidate da chi sa sempre qual è il modello perfetto per ogni tipo di filato, io ad esempio ho abbondantemente sbagliato scelta quando mi sono cimentata nel Zilver di Lisa Mutch per realizzare lo scialle con la splendida Kauni della mia twin Sonia. 
Non perché non sia un progetto bello, anzi, ma semplicemente non era il più adatto a quel tipo di filato. Me ne sono accorta quando avevo praticamente finito.
Sicché...ferri sfilati, scialle scucito, nuovo gomitolone, nuovo avvio.


Questo è il Sentieri #3, uno dei modelli che preferisco di Emma Fassio. Scialle versatile, elegante, sportivo, per auto coccolarsi in casa o per far morire di invidia le amiche.



Ci rileggiamo dopo Pasqua, io nel frattempo passo a salutarvi tutte!



Ormai l’avete capito, in quest’ultimo periodo mi sono interrogata molto su ciò che questo blog trasmette di me e delle mie passioni per maglia e architettura. Anche se i riscontri al mio ultimo post sono stati tutti positivi – e vi ringrazio di cuore – ho sempre il timore di non riuscire ad esprimere nel modo migliore ciò che penso e provo. Poi capitano incontri virtuali fortuiti che mi fanno capire quanto a volte il mio timore sia infondato.

Lui è Christian Di Rito, membro dello staff de Di Lana e d’altre Storie, merceria online e soprattutto negozio fisico in quel di Montesilvano, in provincia della mia amata Pescara. Sono convinta che il d’altre Storie non sia un caso, perché le sue parole dimostrano l’attitudine di andare oltre il lavoro a maglia in quanto tale.

Quello che segue è il bellissimo articolo che Christian ha scritto pensando a me, scegliendo personalmente anche le immagini che vedrete.

Cosa rende i lavori a maglia simili ad un progetto architettonico.

I lavori a maglia possono essere paragonati ad una architettura? Chiaro, se si prendono in considerazione i materiali forse no, se si guardano alle dimensioni forse no, ma secondo me esistono dei punti di contatto strettissimi.

I lavori a maglia ci vestono. La loro utilità è di tipo pratico. L'architettura è l'arte più pratica di tutte, disegna il nostro spazio vitale. Chiaro che vuole essere un divertimento, ma forse neanche tanto. Se penso alla architettura penso ai grandi teorici del 500, penso alla riscoperta di Vitruvio ed alla sua fortuna data da Leon Battista Alberti.

Quella architettura che prendeva le mosse dalla natura, che ne disegnava i contorni intorno all'uomo, lo metteva al centro e valorizzava le proporzioni umane cercandone le leggi all'interno del mondo naturale, anche oggi, per qualche architetto illuminato, ne costituisce la base teorica.

Scopro così un altro motivo per il quale nei lavori a maglia ho in odio i filati sintetici da aguglieria! Mi viene da pensare ad uno dei più grandi architetti del nostro tempo, a Jean Nouvel che partendo da acciaio e vetro, finisce per far debordare i palazzi con vegetazione che pare spontanea, in una simbiosi quasi mimetica che riporta tutto ad uno spazio naturale.

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Jean Nouvel – Museo del Quai Branly (Parigi)

La natura allora riveste le nostre città per creare dei microclima ideali alla vita dell'uomo... io penso ai filati di lana merino, penso alle caratteristiche fisiche di questo filato naturale.

Ma il paragone più forte tra lavori a maglia ed architettura è senz'altro in quello che nel rinascimento erano le proporzioni e che nelle opere di Jean Nouvel sembra naturale. Un capo realizzato a maglia ha un linguaggio interno, si potrebbe dire che un lavoro a maglia fa conversazione con tutto quanto lo costituisce.

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immagine presa qui

Ha delle proporzioni numeriche col filato che lo costruisce, ha delle proporzioni tra le sue varie parti. Proprio come una piazza, un palazzo o un ponte comunica con tutto quanto la costituisce e con quanto gli sta intorno, così un lavoro a maglia ben concepito fa lo stesso.

Un'ultima cosa, ma carica di forte suggestione per me. Fare architettura è scendere in profondità nelle cose, scoprire rapporti, ma anche riscoprire tecniche ed inventarne di nuove per superare difficoltà impreviste. Lo stesso accade in un qualunque lavoro a maglia quando si decide di reinterpretare uno schema o di scriverne uno.

Spero che questo parallelo fra le due arti sia piaciuto anche a voi. Sicuramente sarà fonte di prossime e, mi auguro, interessanti riflessioni sul tema.


Sono fuori dal coro,
nettamente diverso 
le mode se ne vanno,
io resto.
(Bandabardó, Manifesto)


Mi é sempre piaciuto molto scrivere e raccontare attraverso le immagini ciò che faccio o penso durante le mie giornate. Per questo motivo erano nati i miei vecchi blog  "sonno profondo" e "il coperchio delmare" prima e "knitting and cakes" poi.
Non ho mai pensato che questo facesse parte di una strategia, più o meno vincente, per promuovere la propria immagine in maniera sistematica e scientifica, ho invece sempre ingenuamente creduto che il tutto facesse parte di un puro bisogno interiore e nulla più. In realtà, da quando seguo pigramente Facebook e Twitter, assisto a fenomeni curiosi e leggo articoli che insegnano tutte le strategie vincenti per essere sempre al centro dell'attenzione con post mirati, immagini accattivanti, video e podcast più o meno interessanti.
Il tutto con la preghiera di essere "veri" perché la rete si accorge se sei un bluff e non te lo perdona.

Sarà...io però faccio fatica a immaginarmi armata di planner e matita nel decidere come e quando pubblicherò il mio prossimo post, con la Canon sul tavolo pronta ad immortalare improbabili attimi di una realtà che non mi appartiene affatto.
Io sono quella che pensa di chiudere il suo blog un giorno si e l' altro pure,
sono quella che non scrive per settimane e che poi é come un fiume in piena,
sono quella che vorrebbe pubblicare un articolo ordinato e dalla logica impeccabile ma che poi si lascia distrarre dalla voce del suo piccolo despota e perde inevitabilmente il filo del discorso,
sono quella che nonostante la macchina fotografica professionale ruba gli scatti col cellulare,
sono quella che dimentica tutto quello che aveva da dire.

Sono quella che in genere si definisce "a-social", con pochi amici sul suo profilo facebook e spirito di intraprendenza ai minimi storici, con la preoccupazione fissa di disturbare o imporsi, visto che l'aggressività mediatica in genere mi urta oltremodo.

Ho un sogno nel cassetto, ma se potrò cercherò di realizzarlo a modo mio.



Si, avete letto bene, ultimamente la mia visione del mondo è quella che appare stando seduta al tavolo della mia piccola cucina, lo stesso tavolo con la tovaglietta piena di gufi impertinenti che spesso appare nelle mie fotografie, il tavolo dove facciamo colazione, cuciniamo, mangiamo, giochiamo, oppure lavoro, disegno balene, scrivo ed osservo il tempo lanciando uno sguardo distratto alla piccola finestra lì accanto.



Il clima continua ad essere ancora invernale e stavolta l'influenza l'ho presa anch'io, diventando come al solito pessima paziente di me stessa. L'unica strategia è l'auto-coccola-gratificante, iniziando da un'abbondante colazione con cappuccino autoprodotto e tarallo pasquale tipico della mia zona.
Magari avviando un nuovo lavoro o continuando ad improvvisare un caldo scialle che sia l'abbraccio della mia twin Sonia e della sua bellissima Kauni.

Il tutto in attesa di aprire quella finestra e sentir finalmente arrivare le rondini, che non faranno primavera ma di sicuro portano tanta allegria.


Vi capita mai di affannarvi nella realizzazione di un capo che vi piace davvero tanto e, una volta ultimato, il risultato deluda ogni aspettativa? Bene, non è questo il caso.


Col Nanuk è stato amore a prima vista. Lo so, in genere io amo tutto ciò che proviene da Annalisa Dione ma credetemi, questo è stato un sentimento intenso ed universale. 
Innanzitutto ha sbaragliato tutti i miei preconcetti sulla costruzione top-down, perché se ben studiata - come in questo caso - è capace di modellare a pennello il capo sul proprio corpo.


Come potete notare, sul dietro il punto vita è ben delineato attraverso la corretta distribuzione delle diminuzioni e dei successivi aumenti.


Il davanti invece è caratterizzato dall'elegante motivo in diagonale che si delinea su una base lavorata a coste.
Le misure sono perfette; ho solo dovuto modificare leggermente l'ampiezza delle maniche perché ho i bicipiti possenti causa sollevamento pesi (leggasi Simone).

Lavorarlo mi è piaciuto così tanto che ho voglia di farne subito un altro.
Già. Nel frattempo però l'Orsa ha pubblicato questo pull.
Noncelapossofare, credetemi.

Dimenticavo! La mia amica Bubiknits mi ha fatto una piacevolissima sorpresa e la trovate qui.