Cronache di frontiera.

Ho iniziato a lavorare a maglia in pubblico qui nel mio paese circa tre anni fa, nella sala d'aspetto di un centro in cui accompagnavo mio figlio per attività di riabilitazione.
Due volte a settimana, un'ora e mezza a disposizione tutta per me.
Inizialmente l'effetto che suscitavano i miei ferri era pari allo sventolío di un giornaletto porno con Rocco Siffredi in bella mostra e confesso che molte volte son stata sul punto di rimettere tutto in borsa.
Io e la mia proverbiale timidezza.
Poi mi sono detta "no, a me piace, mi rilassa, mi fa stare bene" e ho continuato, prima con gli occhi bassi, poi a testa alta sventolando il mio sorriso. Molti hanno continuato ad ignorarmi, altri mi hanno chiesto cosa facessi di bello, altri ancora - donne per la maggior parte - hanno confessato di essersi cimentati con questi oscuri oggetti con cui le loro nonne realizzavano improbabili mantelline o calzettoni.
A distanza di tempo non so quanto sia cambiato l'atteggiamento di chi mi vede lavorare a maglia. C'è chi si stupisce del fatto che io preferisca perder tempo piuttosto che andare in negozio ed acquistare tutto bello e pronto, chi mi osserva alzando gli occhi al cielo con lo sguardo di chi pensa "del resto se piace a te...", chi scuote la testa, chi si fa una grassa risata, chi mi lancia una rapida occhiata e poi si rituffa nel proprio smartphone a chattare.

Confesso che a volte la cosa mi da fastidio, molto. È come se dovessi sempre giustificarmi, mentre magari bisognerebbe capire il perché la gente preferisca giocare con l'applicazione che simula una fattoria mentre sarebbe più costruttivo leggere un bel libro.

La maglia non è un hobby, o meglio, non è semplicemente quello. Lavorare a maglia richiede spesso abilità, voglia di migliorare e studiare tecniche che portino alla perfezione.
Per anni ho pensato che potesse diventare "altro" e non è detto che prima o poi quel sogno si avveri.
La maglia è una filosofia e, se non siete in grado di comprenderla, fatevene una ragione. 

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