Io non sono mai riuscita a vestire Simone con abiti o accessori leziosi "da bambino". Forse perché per me lui è sempre stato "già grande" o semplicemente perché abituata allo stile inconfondibile del suo papà, di sicuro non mi azzarderei mai a proporgli improbabili cappelli zoomorfi che tanto sono andati di moda nei passati inverni.
Con lui non c'è timore di sbagliare, basta sferruzzare un cappello di Stephen West per vederlo sfoggiare con piglio fiero l'ultimo manufatto della mamma.


Questo è il Dustland (ne avevo già lavorato una versione invernale l'anno scorso) realizzato con un fresco e morbido cotone acquistato qualche settimana fa durante il mercato settimanale che si tiene nel mio paese.
Semplice e di grande effetto, da realizzare sicuramente con colori omogenei per risaltarne la lavorazione materica. Io ho seguito le istruzioni per la taglia più grande (il giovanotto ha il capoccione), ma ho usato i ferri più piccoli per un aspetto più compatto e realizzato meno sezioni di quelle previste.
In queste mattine in cui le temperature sono ancora un po' incerte, un cappellino del genere è l'ideale.



C'è sempre una prima volta, il momento in cui occorre fare un bel respiro e saltare.
Qualche settimana fa ho deciso - grazie anche ad un sonoro calcio virtuale - di azzardare una traduzione in inglese dei miei modelli, partendo con le calze Mudéjar. La mia conoscenza di questa meravigliosa lingua risale ai tempi del liceo, quando sicuramente non avevo alcuna cognizione dei termini tecnici ma le mie conversazioni erano fluenti e spensierate. Poi le occasioni di far pratica sono diventate sempre più rare ed è scattata come una sorta di fobia del sbagliare.
Ad ogni modo ho voluto provare ed ho chiesto abbastanza timidamente la collaborazione di alcune componenti di un gruppo straniero che si occupa di calze. Il test prevedeva non soltanto di correggere eventuali errori nelle istruzioni ma, soprattutto, probabili mancanze nella forma e nella grammatica.
Il risultato è stato soprattutto una bellissima lezione dal punto di vista umano e "professionale". L'entusiasmo e la serietà di queste simpatiche - e severe - signore non hanno eguali, o almeno io non ho avuto modo di riscontrare queste caratteristiche fra le mie connazionali, ad eccezione del mio ristretto gruppo di amiche e "colleghe". Mentre in Italia spesso vige la regola del "afferra il modello e scappa", le tester straniere mantengono un contatto abbastanza stretto con la "designer", tenendola costantemente aggiornata sulle correzioni e sul procedere del loro lavoro. Alcune mi hanno suggerito delle modifiche, altre mi hanno spiegato l'importanza di un certo modo di scrivere, altre ancora mi hanno bacchettate sull'uso dei pollici e sulle conversioni in iarde od once. Sicuramente un bagaglio prezioso cui attingere per gli "esercizi" futuri.



Comunque la versione inglese e cuff-down delle Mudéjar è andata ad integrare il modello già pubblicato su Ravelry e adesso attendo la fine dei lavori sulle toe up per completare anche questa avventura.
Nel frattempo la "discussione" virtuale con le amiche straniere si è spostata sull'architettura e sulle dominazioni dei Muslims... E a me non può che far piacere.
Buon lunedì!